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Il restauro è un'attività legata alla manutenzione, al recupero, al ripristino e alla conservazione di manufatti storici, quali ad esempio un'architettura, un manoscritto o un dipinto. Il termine (dal latino restaurare, composto da re di nuovo e staurare con il significato di rendere solido, proveniente dal gotico stiuryan) ha nel tempo acquisito vari significati spesso in aperta contraddizione, in relazione alla cultura del periodo e al rapporto di questa con la storia, così da rendere impossibile una definizione univoca. Il significato attribuito ai termini "restauro" e "conservazione" varia notevolmente a seconda degli autori, tanto da trovarli a volte come termini di una alternativa e a volte come intercambiabili.
Storia
Antichità
Nell'antichità l'attività di restauro era prevalentemente intesa come semplice manutenzione oppure come aggiornamento dell'opera (edificio, opera pittorica, opera di scultura o altro bene mobile) dettato dal gusto del tempo (esempi di questo atteggiamento sono il Tempio Malatestiano di Rimini, trasformazione della Chiesa di San Francesco ad opera di Leon Battista Alberti ed un gran numero di interventi barocchi su chiese medioevali) o da motivazioni ideologiche, ad esempio la trasformazione delle statue greche - trasportate a Roma come bottino di guerra - per adeguarle secondo finalità legate ad interessi politici, e la modifica dei templi dedicati a divinità del pantheon politeista in chiese cristiane.
Il Seicento
Dalla seconda metà del Seicento si cominciano a diffondere dei manuali riguardanti la pulitura e la foderatura dei dipinti, oltre che il consolidamento degli intonaci di importanti proprietà private. Tra alcuni dei più celebri interventi su affreschi, descritti dai biografi degli artisti di quel periodo, è molto noto il restauro a Palazzo Farnese avvenuto nel 1693, come quello dei restauri di Carlo Marratta su Logge di Psiche alla Farnesina e le Stanze Vaticane, opere di Raffaello. Si tratta soprattutto di rifacimenti e ridipinture che mirano al recupero dell'aspetto originale. Su come si effettuava la manutenzione su degli edifici circolano dei manuali sulla prassi dell'intervento anche se questa era da osservare soprattutto nel caso di un bene ecclesiastico.
Il Settecento e l'Ottocento
La pulizia dei dipinti alla National Galley: vignetta di John Leech su Punch Magazine (1847)
Verso la fine del Settecento si ha la nascita dello studio storico-archeologico dei beni del passato, avvenuta a seguito degli scavi di Pompei ed Ercolano, alla riscoperta delle antichità greche ed alla scoperta di quelle egizie avvenuta con la campagna d'Egitto di Napoleone Bonaparte. Questo passaggio fondamentale della conoscenza dell'arte antica porta ad un cambiamento nel rapporto con le opere del passato (inizialmente limitato all'arte antica e successivamente esteso anche a quella medioevale), con la nascita del restauro modernamente inteso.
Proprio per questo quando Eugène Emmanuel Viollet-le-Duc (1814-1879) scrive il suo Dizionario ragionato dell'architettura francese dal sec. XI° al XVI° alla voce Restauro afferma che «la parola e la cosa sono moderne».
In questo periodo sono presenti due linee di tendenza principali:
- Quella che tende a preferire la distinguibilità dell'intervento integrativo rispetto alla parte preesistente, integrando le lacune in maniera riconoscibile attraverso la distinzione del materiale o la semplificazione delle forme (ad esempio i restauri del Colosseo (1807-1826) e dell'Arco di Tito (1818-1824) a Roma eseguiti da Raffaele Stern e Giuseppe Valadier).
- Quella secondo cui il restauratore deve immedesimarsi nel progettista originario e integrarne l'opera nelle parti mancanti, perché mai realizzate, perché successivamente distrutte o degradate, perché alterate da nuovi interventi. Secondo Viollet-le-Duc «Restaurare un edificio non è conservarlo, ripararlo o rifarlo, è ripristinarlo in uno stato di completezza che può non essere mai esistito in un dato tempo».Questa posizione è abitualmente definita restauro stilistico.
Come reazione a queste due tendenze nasce in Inghilterra l'Antirestoration movement, che - promosso da William Morris - si rifà alle teorie di John Ruskin (1819-1900), secondo il quale il restauro è «la più totale distruzione che un edificio possa subire: una distruzione alla fine della quale non resta neppure un resto autentico da raccogliere, una distruzione accompagnata dalla falsa descrizione della cosa che abbiamo distrutto».
Verso la fine dell'Ottocento in Italia nascono due nuovi modi di intendere il restauro architettonico:
- Restauro storico, che afferma la necessità che le integrazioni all'opera debbano essere fondate su documenti storici (Luca Beltrami, Torre del Castello Sforzesco di Milano).
- Restauro filologico che ha come caposcuola Camillo Boito (1836-1914): riprende il concetto di riconoscibilità dell'intervento; prevede il rispetto per le aggiunte aventi valore artistico, che nel corso del tempo sono state apportate al manufatto; tutela i segni del tempo (pàtina).
Mentre nel restauro artistico i due caposcuola principali sono il bergamasco Giovanni Secco Suardo, che affianca le conoscenze scientifiche dell'epoca e lo scambio di informazioni tra restauratori europei per trarne linee metodologiche che raccoglie nel suo famoso "Manuale del restauro" ed il fiorentino Ulisse Forni che con il suo Manuale del pittore restauratore descrive nelle numerosissime schede le tecniche per risolvere qualsiasi problema si riscontri su affreschi, oli e tempere. Entrambi si riconoscono ancora nel concetto di ripristino dell'opera e nella necessità di eliminare i segni del tempo per riproporre, a volte interpretando, l'idea originaria dell'artista.
Il Novecento
All'inizio del Novecento si hanno i fondamentali contributi di Max Dvořák (1874-1921) e di Alois Riegl (1858-1905).
Riegl nel Der Moderne Denkmalkultus (1903)propone la cosiddetta Teoria dei Valori secondo la quale il monumento ha più valori (storico-artistico, di novità, di antichità, ecc.) dei quali si deve contemporaneamente tener conto nell'ambito del restauro.
La prima metà del Novecento è dominata dalla figura di Gustavo Giovannoni (1873-1947), promotore di una sistematizzazione della teoria del restauro che va sotto il nome di Restauro scientifico.Giovannoni ritiene infatti necessaria la compartecipazione al progetto di restauro, sotto la direzione ed il coordinamento dell'architetto, di alcuni specialisti (chimici, geologi, ecc.) in grado di apportare utili contributi alla conoscenza del manufatto e delle tecniche di intervento.
Giovannoni propone inoltre di ricondurre gli interventi di restauro a varie categorie:
- Restauro di consolidamento, consistente nell'insieme di opere necessarie a ristabilire un adeguato livello di sicurezza statica.
- Restauro di ricomposizione o anastilosi, ovvero ricomposizione di un monumento frammentario del quale si conservino le parti.
- Restauro di liberazione, ovvero rimozione di superfetazioni ritenute di scarso valore storico-artistico.
- Restauro di completamento, con l'aggiunta di parti accessorie realizzate secondo il criterio della riconoscibilità.
- Restauro di innovazione che aggiunge parti rilevanti di nuova concezione che talvolta risultano necessarie per il riuso del manufatto.
Contemporaneamente però Ambrogio Annoni elabora la cosiddetta Teoria del caso per caso, ovvero la necessità di trattare ogni manufatto come opera a sé stante, rifuggendo teorizzazioni astratte a favore dell'analisi attenta dei documenti storici e del manufatto oggetto dell'intervento ritenuto documento principale.
Il dopoguerra in Italia e il restauro moderno
Nel secondo dopoguerra in Italia a seguito delle distruzioni belliche la teoria del restauro prosegue il distacco critico dalle posizioni filologico-scientifiche e si evolve verso il cosiddetto restauro critico.
Questa corrente ha al suo interno molte posizioni anche dialetticamente contrapposte. Fra i principali teorici di questa fase possiamo ricordare Roberto Pane, Renato Bonelli e Cesare Brandi. Quest'ultimo definisce il restauro «il momento metodologico del riconoscimento dell'opera d'arte, nella sua consistenza fisica e nella sua duplice polarità estetica e storica, in vista della trasmissione al futuro».
In questo contesto culturale si inseriscono i numerosi interventi di restauro e conservazione dell'architetto Franco Minissi.
Il progressivo estendersi del campo dei beni oggetti di tutela - dalle opere d'arte - ai beni di interesse etno-antropologico e di cultura materiale, mette in crisi le posizioni del restauro critico che impostava la sua teoria sull'artisticità del bene oggetto delle opere restaurative, e porta ad aumentare l'interesse per la conservazione materiale oltre che formale degli oggetti tutelati, interesse che vede fra i precursori Piero Sanpaolesi che elabora metodi per il consolidamento dei materiali lapidei.
Negli anni settanta del Novecento nasce la cosiddetta teoria della conservazione che rifiuta ogni tipo di integrazione stilistica, anche semplificata nelle forme, a favore dell'integrazione tra esistente - conservato in maniera integrale - e aggiunta dichiaratamente moderna. Tra i massimi esponenti di questa corrente ricordiamo Amedeo Bellini e Marco Dezzi Bardeschi.
Negli ultimi due decenni il contrasto fra teoria della conservazione e restauro critico è andato progressivamente attenuandosi con una convergenza verso le posizioni critico-conservative.
Solo alcune voci isolate propongono teorie radicalmente differenti. È il caso di Paolo Marconi, che parte dal presupposto che in architettura non esista il concetto di autenticità materiale (perché la concezione e l'esecuzione dell'opera appartengono a persone differenti) e giunge a posizioni che riprendono in larga parte le teorie ottocentesche del restauro stilistico e storico. Opponendosi ai principi di riconoscibilità dell'intervento e di semplificazione delle integrazioni, propone invece la rifazione a l'identique delle parti mancanti o alterate.
Tra i principali teorici contemporanei (oltre ai già citati) si possono ricordare:
- Umberto Baldini
- Giorgio Bonsanti
- Giovanni Carbonara
- Gianfranco Spagnesi Cimbolli
- Alessandro Conti
- Paolo Fancelli
- Benito Paolo Torsello
- Giovanni Urbani
Le carte del restauro
Le "carte" del restauro:
- La Carta d'Atene (1931) è alla base della discussione successiva.
In Italia i principali documenti prodotto sono stati:
- La Carta Italiana del Restauro (1932)
- Istruzioni per il restauro dei monumenti (1938)
- La "Carta di Venezia" (1964) Versione inglese The Venice Charter (1964)
- La Carta del restauro - Ministero della Pubblica Istruzione (1972)
- La Carta del Restauro degli oggetti d'Arte e di Cultura (1987)
IL RESTAURO OGGI
Dopo oltre due secoli di sviluppo, si può dire che il restauro ha ormai definito scientificamente il suo statuto e ha raggiunto un elevato livello di rigore storico-critico.
Il restauro non è né semplice adeguamento funzionale e prestazionale né una disinvolta riprogettazione delle preesistenze.
Il restauro si rivolge a beni di riconosciuto valore culturale, storico o artistico e al loro tessuto connettivo, urbanistico, territoriale, paesistico.
Il restauro oggi ha assunto una prevalente declinazione critico-conservativa, cioè sensibile al dovere primario della tutela, della perpetuazione e della più scrupolosa conservazione del bene, da un lato, ma non cieca alle ragioni della lecita modificazione del bene stesso.
Rifiuta l’idea di restauro come mummificazione, accogliendo e integrando l’attribuzione di funzioni compatibili e ben calibrate come prima garanzia di buon mantenimento del manufatto nel tempo, anche se non fine primario.
LE ATTUALI POSIZIONI
Abbiamo visto come Brandi esponga chiaramente la duplicità del problema del restauro, che deve tenere in considerazione sia gli aspetti storici, che vanno conservati e trasmessi al futuro, che gli aspetti estetici, proprio perché si interviene su opere d’arte. Questi due aspetti (o “istanze”) sono però spesso in contrasto tra loro.
Nel panorama attuale del restauro italiano emergono tre linee di metodo principali, che privilegiano l’una o l’altra istanza brandiana:
- LINEA CONSERVATIVA (Amedeo Bellini e Marco Dezzi Bardeschi)
- LINEA NEO-FILOLOGICA O NEO-STILISTICA (Paolo Marconi)
- LINEA CRITICA (Giovanni Carbonara)
LINEA CONSERVATIVA
Privilegia il dato storico su quello estetico.
Il restauro è visto come “atto eminentemente scientifico e tecnico, attento intervento sulla materia dell’antica testimonianza storico-artistica, per mantenerla e tramandarla nella sua integrità ed autenticità di oggetto che ci proviene dal passato e che non postula di essere riportato al suo stato originale, né di apparire falsamente nuovo”.
L’operazione è condotta da un’esigenza di autenticità documentaria e di rigorosa considerazione dei valori storici.
“Il cosiddetto “restauro” è il peggior tipo di distruzione accompagnato dalla falsa descrizione della cosa distrutta … Né il pubblico né quelli che hanno la cura dei monumenti pubblici comprendono il vero significato del termine restauro”. È del 1849 questo drastico rappel di John Ruskin, aforisma n.31 delle Sette lampade dell’architettura. Il cosiddetto “restauro” si fonda su disinvolte sostituzioni e innovazioni: gli intonaci fatiscenti si demoliscono e si rifanno (anzi, per prassi abituale è proprio dal radicale rinnovo delle facciate che si può immediatamente giudicare se un edificio è stato “restaurato”), si tagliano muragli in breccia, si forano solai e volte per inserire nuovi macroscopici impianti tecnologici, si sostituiscono le capriate in legno delle coperture, magari con strutture prefabbricate in cemento e in ferro (tanto non sono visibili … ). Cosa resta alla fine della fabbrica storica per effetto di tale massacro? Praticamente più nulla. Il paradosso grottesco è che tale scempio viene sempre motivato e ufficializzato proprio da criteri (di comodo) di tutela e di salvaguardia.”
Marco Dezzi Bardeschi in Manuale del Restauro, editore Mancosu
LINEA NEO-FILOLOGICA O NEO-STILISTICA
Privilegia il dato estetico su quello storico: cerca di recuperare la perduta “bellezza” e integrità, anche a danno della complessità e dell’autenticità storica del manufatto.
Restauro visto come “ripristino, restituzione in uno stato originario che si presume di poter raggiungere reintegrando, con un processo di completamento para-artistico più che scientifico, il mutilo o comunque danneggiato oggetto antico”.
L’operazione è guidata dalla necessità di tipo estetico di reintegrare una menomata espressione artistica.
“E ammetto con orgoglio di condividere ancora … la debolezza di voler ricostruire nel migliore dei modi ciò che era stato danneggiato o distrutto … Tale debolezza è tuttavia la mia forza. La forza di tutti coloro (e sono molti, ormai) che scorgono nella bellezza di quei siti il loro carisma, e nel recupero di quella bellezza il grande impegno morale degli architetti e degli archeologhi, oltre e al di là delle eventuali performance degli architetti nel gergo del design contemporaneo. Nonché l’unica risorsa del nostro paese, altrimenti povero di materie prime.”
Paolo Marconi in “Il recupero della bellezza”
LINEA CRITICA
Mira a stabilire una sana dialettica tra le due istanze (storica ed estetica) valutando caso per caso e punto per punto la risposta da dare alle domande che ogni restauro pone, senza dogmi, ideologie o metodi precostituiti.
Fiducia nelle possibilità espressive e risolutive della moderna architettura e delle moderne tecniche del restauro.
Principio guida della distinguibilità, del minimo intervento, della reversibilità e della autenticità espressiva.
In caso di contrasto tra istanza storica e istanza estetica si definisce volta per volta quale deve prevalere Si stabiliscono le linee di intervento senza affidare deleghe in bianco agli specialisti, ma mantenendo il ruolo di coordinamento, di proposta e di scelta propri del progettista, con intrinseche competenze storico-critiche.
ELEMENTI PER UN DIBATTITO
Il ripristino di fantasia e quello analogico sono oggi, almeno teoricamente, fuori discussione, ma non è detto che “per un eccesso di prudenza nei riguardi di ogni apporto moderno che abbia rilevanza visiva, si debba escludere dal restauro qualunque interesse per la figuratività dell’oggetto e per la resa estetica dell’intervento, quindi ogni impegno creativo criticamente fondato”.
“Conservare non può significare astenersi dall’intervenire, ma invece intervenire in un certo senso” (Leonardo Benevolo)
“Il restauro sarà da concepire quale intervento ed anche eventuale modifica, non a fini di indebito abbellimento ma difensivi, conservativi e di facilitazione della lettura, attuato nella sintesi dialettica delle due fondamentali istanze”
“Il dilemma fondamentale, conservazione o intervento, storicità o esteticità del restauro, resta comunque sempre presente e non basta a risolverlo negare uno dei termini, agendo, da un lato, da disinvolti innovatori e dall’altro da accaniti conservatori; esso può e deve essere affrontato ogni volta con un atto ed una scelta critica che, in quanto tale, è soggettiva, ma non per questo infondata o arbitraria”
(Carbonara)